La malattia della normalità

Ultimamente mi è capitato di sostenere diverse conversazioni su persone che, agli occhi del mondo “normale”, sono “impazzite” tutto d’un tratto.

C’è chi da un momento all’altro ha mollato la fidanzata e il lavoro e ora si barcamena tra un lavoretto e l’altro…

C’è la collega che ha preteso dall’azienda di essere trasferita nella sede situata in una grande città… Ora si è trasformata in una pendolare che esce da casa all’alba e torna quando è notte.

C’è l’amico che ha interrotto il fidanzamento ultradecennale ad un passo dalle nozze,  chi ha mollato un impiego sicuro e ben pagato per andare a lavorare la terra.

Il mondo non vuole capire.
Il mondo ama additare. Giudicare. Sparare sentenze.
Mettersi nei panni altrui senza neppure sapere di che taglia siano, quei panni!

Quando sostengo conversazioni del genere, il mio pettegolo interlocutore non fa altro che dire che il tale è “andato fuori di testa”.

Io, invece, sono affascinata.

E sono anche invidiosa di chi ha il coraggio di prendere la propria vita in mano, fare scelte che gli altri forse non possono capire, ma che lo condurranno alla felicità…
O, anche se così non fosse, potrà dire di averci provato!

Da anni sogno di lasciare il mio lavoro.
Un lavoro dove sono capitata per caso, che doveva essere solo temporaneo, dove sono “incastrata” da dieci lunghi anni.
Un lavoro che ogni giorno mi fa morire dentro un po’ di più.
Un lavoro che tutti considerano sicuro, comodo, una favola.

Quando mi capita di accennare al fatto che nella vita sognavo di fare tutt’altro, che sto pensando di trovare un altro impiego, vengo additata come “pazza”…

Quanto vorrei esserla davvero! Quanto vorrei riuscire a trovare l’uscita da questo labirinto… Ogni giorno che trascorro tra le mura di quell’ufficio è un giorno perso.

Quante volte mi chiudo in bagno a piangere, quante volte mi sento mancare il fiato, quante volte mi viene da vomitare…

Sono grata di avere un lavoro che mi offre uno stipendio, una sicurezza, ma non è colpa mia se tante persone sono disoccupate, ho tutto il diritto di avere le mie ambizioni, ho tutto il diritto di cercare il mio posto nel mondo!

Sognavo di fare un lavoro a contatto con le persone, con l’aria aperta, di sentirmi utile, di fare qualcosa di buono per il mondo, di fare la mia parte!

Invece, trascorro le giornate seduta ad una scrivania, spesso senza parlare con nessuno per ore, senza neppure alzarmi, senza vedere il colore del cielo… Ho a che fare tutto il santo giorno con numeri e codici, non stacco mai lo sguardo dal computer. A fine giornata mi sento completamente inutile e spossata.

Perché non me ne vado? Perché ho una casa e una macchina da pagare, perché ho un figlio, perché non riesco a trovare nient’altro, perché sono insicura, perché nessuno mi sostiene, perché ho paura.

Nessuno più di me può capire chi molla tutto e all’improvviso decide di seguire la propria strada.

Per me non sono impazziti, ma rinsaviti.

Chissà che prima o poi non riesca a guarire anche io da questa normalità che mi affligge.

Immagine da Pixabay

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