Cosa vuol dire essere ipersensibile?

Da bambina ero convinta che il mondo intero fosse come me.

Che tutti si mettessero a piangere davanti all’arcobaleno.

Che il cuore di ogni essere umano si stringesse in una morsa vedendo una vecchina camminare curva per strada.

Che chiunque si sentisse in colpa dopo aver (involontariamente, ovvio!) schiacciato una formica. Nella mia mente era inconcepibile che qualcuno potesse farlo di proposito!

Ero certa che tutti sognassero, come me, di diventare ricchi per poter donare un mucchio di soldi ai mendicanti che chiedevano l’elemosina per le strade del centro, e i cui occhi mi sembravano sempre tanto tristi.
E comprare una grande casa, enorme, per poter accogliere tutti i bambini che non avevano nulla da mangiare, con un grande giardino dove costruire un rifugio per tutti i cani e gatti randagi (e tutti gli altri animali che avessero bisogno di cure).

Passavo intere giornate a riflettere su tutto questo. Sul dolore del mondo. Che sentivo sulla mia pelle, che bruciava nel mio cuore. Pensavo che, se ci fossimo impegnati tutti, ma proprio tutti, avremmo potuto salvare il mondo intero.

E mi chiedevo perché nessun altro, attorno a me, sembrava preoccupato per tutto questo.

E non erano solo le disgrazie del pianeta a farmi male.
Ogni torto che subivo scatenava in me una tempesta.
Ogni tradimento mi spingeva a pensare di essere sbagliata, di non meritare nulla.

Passavo settimane, se non mesi, a torturarmi per un’amicizia finita precocemente, mentre probabilmente l’altra persona mi aveva già dimenticato da un pezzo!

Ecco, essere ipersensibili vuol dire questo: navigare su un mare che troppo spesso è mosso, ritrovarsi in balìa di onde altissime, senza bussola, senza il controllo del timone. Senza controllo di nulla.

Ho parlato al passato, ma con gli anni non sono cambiata poi tanto.

È cambiata la mia consapevolezza, però. Ho capito presto, nella pre-adolescenza, che la mia (iper)sensibilità era un dono (e una maledizione) rara.

L’ho capito quando mio padre un giorno – avrò avuto 13 anni – mi sgridò duramente perché mi vide sprecare la mia paghetta donando soldi (e non pochi, anche cinquemila lire alla volta) ai poveretti che chiedevano l’elemosina. Mi sentii umiliata come mai prima.

L’ho capito quando, in classe, mi commossi leggendo ad alta voce “I Miserabili”, e venni derisa da tutti.

L’ho capito quando a 16 anni ho iniziato a tagliarmi le braccia perché non sopportavo più tutto il dolore che pesava sulle mie spalle, che bruciava sulla mia pelle.

Lo capisco ogni giorno, quando difendo la collega da tutti soprannominata “portasfiga” o il collega apertamente omosessuale. Il mio cuore sussulta di rabbia quando sento le malignità che escono dalla bocca della gente. Poco importa se faccio presente che questi sono veri e propri atti di bullismo, che delle persone si sono uccise, per questo. I colleghi mi considerano “pesante”, una che non sa scherzare.

Lo capisco quando, leggendo una notizia di cronaca nera, scoppio in lacrime, mentre Marito resta impassibile e dice che “così va il mondo” e che preferisce non pensarci, perché tanto non ci può fare niente.

Lo capisco quando, leggendo i commenti ironici sui social davanti alle tragedia, mi sento male, vengo investita da una rabbia senza possibilità di sfogo.

Lo capisco quando piango per giorni dopo aver visto un gatto investito per strada.

Lo capisco quando ogni giorno cerco di fare qualcosa di buono per il mondo, e mi sento dire: “ma perché lo fai? Cosa ti torna?”

Lo capisco quando per settimane sto male per un’amicizia perduta, mentre l’altra persona mi ha già dimenticato, così, in un battito di ciglia.

Mentre io continuo a pensare, a tormentarmi, a rimuginare…

Lo so, dovrei lasciarmi “scivolare le cose addosso”, come mi sento sempre ripetere.

Ma noi ipersensibili non ne siamo in grado.

Io non posso accettare di essere impotente!

Le nostre anime attraversano tempeste, i nostri cuori sono spugne che assorbono ogni emozione, che poi la nostra mente amplifica, fino a farle diventare assordanti, impossibili da ignorare. Emozioni che ci perseguitano, giorno e notte. Che ci fanno vivere in un vortice.

Siamo esagerati, addirittura paranoici, forse, abbiamo la lacrima facile e ci preoccupiamo troppo per il prossimo.
C’è chi si approfitta della nostra sensibilità per ottenere ciò che vuole, chi non la capisce e ci considera “strani”, chi la deride e ci chiama “deboli”.

Ma noi non siamo deboli.

Delicati, sì. Ma non deboli.

Se riusciamo a non affondare durante la tempesta, quando il mare si placa scopriamo che il nostro cuore si è arricchito.

Il problema è che troppo spesso la nostra delicatezza non serve a nulla, non viene neppure percepita, in un mondo avvolto da una scorza di indifferenza…

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