La ruota di scorta dell’ultima ruota del carro

Lavoro nella stessa azienda da ben dodici anni.

Nel primo ufficio in cui sono stata collocata sono rimasta per otto anni, e lì ho avuto la possibilità di specializzarmi, acquisire competenze specifiche, di diventare la più esperta tra i miei colleghi, tanto da insegnare ai nuovi arrivati.
In otto anni non ho mai avanzato alcuna pretesa di promozione, di premi, ma ho accettato ogni richiesta che mi è stata fatta: partecipare a progetti impegnativi, recitare in un ridicolo video aziendale (sigh), entrare a far parte di una task force…

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Aprire le orecchie, tendere le mani

Da qualche settimana al lavoro seguo una nuova attività, affiancata da una collega che non conoscevo prima, una signora di mezza età. La chiamerò Chiara.
I miei vecchi colleghi mi hanno fatto gli auguri quando hanno saputo di questo spostamento… E ne ho subito capito il motivo.

Chiara è totalmente dedita al lavoro. Non fa pause pranzo, raramente va a prendere il caffè, se oso distrarmi un secondo mi chiede a che punto sono con le pratiche da sbrigare.

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La malattia della normalità

Ultimamente mi è capitato di sostenere diverse conversazioni su persone che, agli occhi del mondo “normale”, sono “impazzite” tutto d’un tratto.

C’è chi da un momento all’altro ha mollato la fidanzata e il lavoro e ora si barcamena tra un lavoretto e l’altro…

C’è la collega che ha preteso dall’azienda di essere trasferita nella sede situata in una grande città… Ora si è trasformata in una pendolare che esce da casa all’alba e torna quando è notte.

C’è l’amico che ha interrotto il fidanzamento ultradecennale ad un passo dalle nozze,  chi ha mollato un impiego sicuro e ben pagato per andare a lavorare la terra.

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Faccia tosta o onestà?

Qualche giorno fa ho parlato di quanto la società ci imponga di mostrarci sempre belli e forti, di quanto abbia paura delle emozioni e, in generale, dell’onestà.

Ieri il capo mi ha chiesto se stessi seguendo una determinata pratica. La sua domanda mi ha preso in contropiede. Sono rimasta spiazzata, non sapevo cosa rispondere.

No, non stavo seguendo la pratica perché il mio referente diretto mi aveva detto di non farlo e occuparmi di altro!

Non mi andava di rispondere dando la colpa a qualcun altro, e neppure di dire una bugia, così ho semplicemente detto di no. Non ho aggiunto nient’altro, non sapevo cosa dire, che scusa inventarmi.

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