Natale

Il Natale scatena in me emozioni contrastanti.

Amo allestire il nostro albero di Natale, spelacchiato ma bellissimo, insieme al mio bimbo, e il presepe, a cui manca sempre qualche statuetta (quest’anno ho perso un Re Magio!)
Riempire la casa di addobbi di dubbio gusto, almeno secondo Marito.
Preparare il calendario dell’Avvento per mio figlio.
Leggergli favole e guardare cartoni a tema natalizio.
L’odore di cannella. Le candele accese. I regalini inaspettati da parte delle colleghe. Le luci che illuminano il centro. Mi piacciono persino quegli orribili Babbo Natale che si arrampicano per le facciate delle case!

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Tanti auguri a noi

Sette anni fa ho scoperto che io e mio marito non possiamo avere figli.
Non in modo naturale, almeno.

Mi è sempre stato ripetuto che sono nata per errore. Che sono uno sbaglio.
Avevo due possibilità: lasciare che questa consapevolezza influenzasse e distruggesse la mia vita, o impegnarmi per trasformare la rabbia in amore, e salvarmi.

Ho scelto la seconda opzione.

Ed è per questo che ho sempre desiderato diventare madre. Desideravo poter amare un figlio come io non ero mai stata amata.
La scoperta dell’infertilità è stato l’ennesimo colpo basso da parte di un destino che mi aveva già rubato tanto, troppo…

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La malattia della normalità

Ultimamente mi è capitato di sostenere diverse conversazioni su persone che, agli occhi del mondo “normale”, sono “impazzite” tutto d’un tratto.

C’è chi da un momento all’altro ha mollato la fidanzata e il lavoro e ora si barcamena tra un lavoretto e l’altro…

C’è la collega che ha preteso dall’azienda di essere trasferita nella sede situata in una grande città… Ora si è trasformata in una pendolare che esce da casa all’alba e torna quando è notte.

C’è l’amico che ha interrotto il fidanzamento ultradecennale ad un passo dalle nozze,  chi ha mollato un impiego sicuro e ben pagato per andare a lavorare la terra.

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DOC

Soffro di DOC quando ero solo una bambina.
Ricordo che già i primi anni delle elementari perdevo tempo in lunghi e faticosi “rituali”. Se non l’avessi fatto, di certo cose terribili sarebbero accadute… O, almeno, era questo di cui era convinta la mia mente.

Sapevo che il mio comportamento ero anomalo, e me ne vergognavo; nessuno conosceva questo mio segreto.
Ovviamente a quel tempo non potevo sapere come si chiamasse questo disturbo, e neppure di soffrirne.

È probabile che neppure voi sappiate cosa significhi questa sigla…

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Ritrovarsi

Ho scritto quel messaggio due anni fa.

“Prendiamo un caffè insieme, ti va?”

Non ho mai avuto il coraggio di premere “invio”.
L’ho tenuto tra le bozze per tutto questo tempo…
Fino a ieri, quando sono riuscita finalmente a inviarlo.
La risposta, quella risposta che tanto temevo, è stata positiva.

E, così, dopo ben due anni di silenzio, ho rivisto la mia amica L.

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Cosa ci faccio qui?

Le giornate scorrono veloci, spesso non c’è neanche il tempo di prendere fiato.

La mia testa, però, lavora in continuazione, non si ferma mai; i miei pensieri, le mie paure, le mie emozioni, formano un vortice inarrestabile.

Nel bel mezzo di una giornata incasinata, mentre corro da una parte all’altra per adempiere ai miei doveri, accontentare tutti e nel frattempo cercare di restare in equilibrio e mantenere una certa sanità mentale…

A volte mi fermo. Mi ascolto. E mi sento.

E mi chiedo… “Ma come sono finita qui? È davvero questa la mia vita?”

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Il mondo ha paura delle nostre emozioni

Viviamo in un mondo che ci impone di essere sempre belli, forti, sorridenti, coraggiosi, all’altezza della situazione, super informati. Forse dovrei dire che ci impone di mostrarci in questo modo, anche se la realtà è ben diversa.
In fondo, sono le apparenze che contano, no?

Ecco, in questo mondo io non ho paura di dire a voce alta che… Ho paura. O che non mi sento all’altezza. Che sto male. O che sono ignorante su un argomento.

E non dico queste cose per cercare di sfuggire alle situazioni, per liberarmi dai miei doveri, per isolarmi…
No, lo dico semplicemente quando mi sento di doverlo dire. Perché è la verità, e io continuo ad essere una povera stupida che crede ancora nel potere dell’onestà.

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La valigia in un angolo, i sogni nel cassetto

Da anni tengo una valigia, un piccolo trolley, in un angolo della camera.

Non è che viaggi così spesso da doverla tenere sempre pronta all’uso, purtroppo, però è lì, e non mi va di spostarla.

Ogni sera, prima di andare a letto, il mio sguardo si posa su quel trolley. E ogni sera sogno di riempirlo e di scappare via. Lontano. Lontano.

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Pensieri come granelli di sabbia

Questi sono i miei ultimi giorni di ferie e, invece di godermi i momenti di tranquillità con Marito e Figlio, non faccio altro che pensare a quello che mi aspetta, al ritorno a casa.

Sono sopravvissuta alle ultime settimane in città, prima di queste vacanze, solo aggrappandomi al pensiero del mio amato mare che, come ogni anno, mi aspettava per coccolarmi e consolarmi…

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